"Roma: il mio sogno, la mia meta!"

martedì 7 novembre 2017
Riceviamo e pubblichiamo la meravigliosa lettera di un attivissimo cittadino segnalatore. Davvero grazie! RR

"Roma: il mio sogno, la mia meta!"


Dopo aver usato molto del mio tempo a documentare con foto, video, “editoriali”, ho deciso di fermarmi un attimo.

Così, per riflettere.

Non è facile farlo quando si vive in maniera convulsa e le proprie giornate diventano maratone sempre più lunghe ed estenuanti.

Oggi, dopo l’ultimo “rapporto” sul degrado di Roma e sulle menzogne di un’amministrazione capitolina del tutto incompetente, ho deciso di farlo.

Semplicemente perché mentre filmavo l’agonia della nostra città dopo un violento temporale, mi è ronzata in testa una domanda: dove ci porterà tutto questo?

Già, mi chiedo, c’è un luogo, una méta, alla fine di questa lunga strada lastricata di centinaia, migliaia di testimonianze di disagio da parte di tutti noi, delusi e arrabbiati, verso la quale indirizzare tutti i nostri sforzi e dalla quale ripartire verso quel futuro che sognamo e che sembra, ormai, davvero irrealizzabile?

Io ho tentato oggi di rispondere a questa domanda, ma non ho trovato una risposta.
Anzi, ho creduto di non trovarla.
Finchè non mi sono fermato ad osservare una scena mentre fotografavo l’allagamento di piazza Bologna dopo il nubrifagio di oggi.

Un bambino, di fronte a me, dall’altra parte della strada. E’ fermo al semaforo pedonale in attesa del segnale verde. Non avrà più di 12 anni. E’ impaziente, sembra avere fretta. Non so per quale motivo attragga tanto la mia attenzione. Forse perché saltella ed in quel momento è l’unico movimento degno di nota della piazza. Non passano automobili, non c’è anima viva. Scatta il verde e scatta anche il bambino, ma dopo il primo balzo in avanti è costretto a fermarsi. E’ tutto allagato, non può proseguire a meno di entrare nel lago che si è formato a causa delle caditoie ostruite e mai pulite. L’acqua sarà alta almeno 20 centimetri. Lo so perché l’ho appena fotografata. L’ennesima testimonianza da usare più tardi contro l’immobilismo di chi ci governa o ha la presunzione di farlo senza averne la competenza.

Il bambino si guarda intorno. Non sa cosa fare. Un’auto sopraggiunge e si ferma, poi ne arriva un’altra e fa la stessa cosa. Il bambino si guarda intorno e prende ovviamente la decisione di aggirare il lago. Per fare questo deve necessariamente abbandonare le strisce pedonali. Saettando tra le auto che nel frattempo sono giunte, compie un ampio cerchio e con un salto supera la barriera d’acqua sotto la quale è il marciapiede opposto. E’ salvo, penso. Per un attimo mi guarda. Devo essere davvero buffo. Ho l’ombrello chiuso sotto l’ascella sinistra, il cellulare nella mano destra e parlo sottovoce mentre registro il filmato. Ma non sono solo. Non mi sono accorto che accanto a me c’è un vecchio con la barba grigia. Ero troppo assorto, non mi sono reso conto della sua presenza. Anche lui mi guarda in silenzio. Mi sento un po’ in imbarazzo.

Quando filmo cerco sempre di trovare un momento in cui sono solo. Raramente, però,  ci riesco. Non mi piace essere osservato in quei momenti. Mi volto verso il vecchio e lui automaticamente si volta verso il bambino. Poi allarga le braccia come a dire “questo è matto, non farci caso”. Il bambino gli sorride e risponde con un cenno della testa che io interpreto come un “ho capito, stai tranquillo”. Poi il bambino ingrana la marcia e scompare in un istante dalla mia visuale mentre il vecchio si incammina nella direzione opposta bofonchiando parole incomprensibili.

Un bambino e un vecchio.
E io.

Sono rimasto solo davanti a quel semaforo, in mezzo all’acqua.
Avevo le scarpe zuppe, l’ombrello rotto tra costole e braccio, il cellulare ben stretto in mano e una domanda che mi frullava nella testa: dove diavolo stiamo andando?

Agli occhi di un vecchio sono un matto, a quelli di un bambino sono qualcuno di cui ridere.
Spesso mi avete guardato con quegli stessi occhi.
Nonostante i miei sforzi per essere solo durante i miei “reportage”, in realtà c’è sempre stato qualcuno che mi ha osservato con curiosità, a volte quasi con rimprovero, a volte con diffidenza, altre con un misto di compassione e derisione.
E  allora ho deciso di scrivervi.
Sì, queste poche righe sono per voi.
Perché voi siete la risposta alla mia domanda se ci sia un luogo, una méta.
Voi che scrivete sui social, voi che subite l’inganno di chi muove le fila, voi che sognate senza avere, e anche voi, che mi compatite o che mi deridete.
Voi siete la méta, quella méta.
Voi siete Roma e Roma è voi, tutti noi.

I vostri occhi, le vostre espressioni, i vostri sentimenti, sono gli stessi che ho percepito dalle sue pietre, dal suo intricato tessuto di storia, arte, quotidianità e le sue ferite sono le vostre ferite, la sua impotenza è la vostra impotenza, il suo giocarsi di me è il vostro giocarvi di me.

Io, forse, sono matto perché amo Roma più di me stesso.

Roma è un malato terminale, verissimo, ma non per questo va abbandonata, ignorata.
Perché il miracolo è sempre possibile, fino a un istante prima dell’ultimo respiro.
E’ una cosa, questa, che mi ha insegnato la vita, in tante occasioni.

Dobbiamo avere noi stessi come traguardo, noi che siamo la città, dobbiamo ritrovarci, lottare insieme, consolarci e aiutarci.

Io ho deciso, dopo molto vagare, di seguire Riprendiamoci Roma.

Credo che sia uno strumento eccellente attraverso il quale intraprendere il percorso verso un punto lontano che non sia solo di arrivo, ma anche e soprattutto di partenza.

Quel punto, per me ha un nome: Roma.

E’ e sarà il mio sogno, la mia méta e, spero, anche la vostra.
Ora, grazie a un vecchio, a un bambino e a un nubifragio, l’ho capito.
Tutto il resto, come dice la nota canzone, è solo ed esclusivamente noia….
 Lettera firmata

Tre parchi devastati al III Municipio:basta parlare di complotti! A Roma, da anni, si è perso il controllo del territorio e i devastatori seriali alzano il tiro!

venerdì 3 novembre 2017
Giovanna Tadonio, Assessore al III Municipio, moglie di "Mister Preferenze" Marcello De Vito, fa sapere, sulla sua pagina facebook, della devastazione avvenuta in ben tre parchi: Jonio, Chiala e Largo Labia. 

Da #cittadini siamo rammaricati. Incazzati. 

Ma purtroppo siamo alle solite. La Signora Tadonio commenta quella che è ormai una prassi consolidatissima a Roma, devastare tutto il devastabile, inserendo anche l'ipotesi complottista: "qualcuno vuole fermare il cambiamento! Sulla natura di queste azioni - commenta - che per entità e simultaneità sollevano non pochi interrogativi, stanno facendo luce le forze dell'ordine. Non possiamo non chiederci a chi giovi frenare il percorso di riqualificazione e restituzione dei beni comuni che questa Giunta ha iniziato e porterà a compimento."

Ci permettiamo di dire, essendo osservatori di Roma dal 2009, che questi fatti sono sempre avvenuti e continuano ad avvenire. 
Restando al III, possiamo citare ad esempio, la potente devastazione subita dalla Stazione Metro B1 Conca d'Oro, dove è stato distrutto tutto quanto era possibile disintegrare ed è stato fatto prima dell'arrivo del MoVimento al potere. Anche lì si voleva fermare il cambiamento? Anche quello era un complotto? O si tratta di un problema diventato gravissimo?

Continuare a muovere le corde del complottismo è un esercizio che fa il male della Città, a scopi meramente elettorali e di bottega e, cosa ancora più grave, non permette di riconoscere il reale problema: orde di barbari impuniti impongono, attraverso una vigliacca azione (lo è perché si è perso da anni il controllo del territorio), devastazione e degrado ovunque ed a chiunque. 

Quello che preoccupa è un altro elemento: l'asticella viene alzata sempre più in alto. Ogni volta si alza il tiro. 

Da semplici scritte vandaliche si è arrivati a rompere tutti i rivestimenti esterni di una stazione Metro e, come nelle foto a corredo dell'articolo, a gettare giù muri e devastare quadri elettrici. 

Ogni "cosa nuova" installata a Roma subisce l'inesorabile devastazione. E' ormai una certezza ineluttabile.

Questa situazione è figlia della totale perdita di controllo del territorio da parte della Politica che dovrebbe amministrarlo e delle FFOO che dovrebbero tutelare, tra le altre cose, il bene comune. 

A Roma si realizza poco ed è un problema. Quel poco che si realizza viene devastato: ed è un altro problema. Grave quanto il primo, se non di più. Chi investe in una città dove, se realizzi una cosa, viene sistematicamente annientata la sera stessa, senza che nessuno veda nulla?

Se si vuole davvero il bene di questa Città la si smetta di cavalcare l'onda del populismo/complottismo/poraccismo: si prenda coscienza delle situazioni, dei problemi (quelli veri!) e si agisca di conseguenza. 
A farne le spese siamo sempre noi: i cittadini. Quelli che vorrebbero una Città meravigliosamente normale! 
Di seguito le foto dei raid dei devastatori. Problema gravissimo. Sociale!!!










Lavorare al Policlinico Umberto I. Il "miracolo quotidiano" del personale sanitario. Roma, Italia. Anno 2017.

lunedì 30 ottobre 2017
"Sono al pronto soccorso del Policlinico Umberto I. 
Accompagno mia moglie: è stata tamponata e ha preso il classico colpo di frusta. Siamo qui da quasi quattro ore. 
Le hanno dato un pezzo di carta con un numero. 
Per ora, nessuna chiamata. 
In tutto questo tempo non si è visto nessuno. Accanto a noi è seduta una signora cinese con una mano fratturata, di fronte due turisti francesi. 
Entra un barbone. La guardia lo chiama Andrei e lo fa sedere poco distante da noi. La sala è praticamente vuota. Mi alzo per allontanarmi dal fetore nauseabondo che si sprigiona dal corpo del povero clochard. La signora cinese fa lo stesso. I due turisti francesi ci guardano incuriositi. Faccio due passi nel corridoio e raggiungo l'ingresso. Osservo distrattamente il pavimento: è rovinato e in molti punti rabberciato con dell'orribile scotch giallo. Istintivamente scatto delle foto. Non so neanche io perché. Torno a sedermi. Passa altro tempo. 




I francesi sono nervosi e capisco dai loro commenti che si stanno interrogando su dove siano capitati. Finalmente qualcuno chiama mia moglie per le radiografie. Ci spostiamo. Lei va in radiologia, io in un'altra sala d'attesa. Il tempo scorre impietoso. E' notte fonda e noi siamo qui dal pomeriggio. Mi alzo e di nuovo esco in corridoio. 

Passeggio nervosamente guardandomi intorno. Qualcosa attrae ancora una volta il mio sguardo, lì in alto, di fronte a me. Quello che vedo mi fa inorridire e poi vergognare. Arrivano anche i turisti francesi e pure loro alzano lo sguardo. Uno dei due tira fuori il cellulare e scatta una foto. Il suo gesto mi devasta, mi trafigge il cuore. Scatto allora una foto pure io. Stupidamente, voglio far credere che anche io, cittadino romano, sono meravigliato. Ma loro non mi guardano. Peccato. Torno a sedermi e chiudo gli occhi. Penso. All'una di notte usciamo. E' buio pesto, non c'è anima viva. Scorgo i turisti francesi che cercano disperatamente di telefonare per prenotare un taxi. Mi avvicino e chiedo se abbiano bisogno di aiuto. Loro mi guardano come se fossi Gesù Cristo apparso ai discepoli. Mi confidano che sono scappati dopo ore e ore di attesa. Cerco di farfugliare delle scuse in un francese inventato, poi passo all'inglese. Uno dei due mi fa vedere le foto che ha scattato: sono ovviamente le stesse che ho scattato io. 

Mi viene quasi da piangere, non so cosa dire, per un assurdo gioco di sensi di colpa mi sento responsabile. Per espiare, mi offro di chiamare il taxi per uscire velocemente da quella situazione. Dopo 10 minuti l'auto arriva. I francesi sgattaiolano dentro e mi salutano con la mano. Anche noi scappiamo. Devastati dall'esperienza appena fatta: più del tamponamento.

Stamattina mi sono svegliato prestissimo e ho acceso il cellulare. Sono andato nella galleria e ho guardato le foto. Volevo commentarle,  ma non sapevo come. Avevo paura di condividerle. 
C'ho pensato tanto, ho cercato di essere lucido, ponderato, equilibrato. 




Sarebbe facile scagliarsi contro questa vecchia, nobile, decaduta struttura, il Policlinico, deriderla, umiliarla, vomitare insulti, troppo facile. 
Ma questo è il luogo dove lavoro da più di venticinque anni, la mia seconda casa, è ed è stata la mia occasione, il trampolino verso il futuro, la scuola che mi ha insegnato a vivere, a sopravvivere, a sognare mete impossibili, a non arrendermi mai. 

Potrei distruggerlo con poche, crude parole, abitudine oggi consolidata, ma non posso. 
Guardo le sue ferite che sono anche le mie e piango per lui, impreco per lui, come tante volte ho imprecato e pianto per me. Lo vedo agonizzare ogni giorno, lui che mi ha dato la vita, una dignità una famiglia, un presente e un futuro e non posso, proprio non posso essere io a dargli il colpo di grazia. 
E allora penso, per non giudicare. 
Lavorare nella sanità è uno dei compiti più difficili che esistano, se ci credi, se lo fai con passione. Lavorare al Policlinico, in questo Policlinico, è qualcosa di incredibile. Se sei debole, soccombi, se sei forte, impari. Io ho deciso di imparare. 
La vita qui è una lotta, contro tutto e tutti. Solo chi vive questa realtà può capirla. È un percorso tortuoso, pieno di ostacoli, percorrendo il quale rischi ogni poco di finire risucchiato in un abisso senza fine. Devi morire e risorgere continuamente, devi inventare, progettare, realizzare solo con le tue forze e devi cancellare la paura dell'insuccesso con il solo pensiero di fare del bene a chi affida a te la sua speranza di vita. 
Chi lavora qui è solo. Spesso si sente colpevole. Come me, ieri notte.  

Solitudine e senso di colpa sono costantemente al tuo fianco. Perché tu sei parte di questo luogo e perché benché tu compia sforzi sovrumani, non riesci a cambiarlo. Ma lui ti cambia. Molti mi hanno sentito dire più volte che dopo venticinque anni di Policlinico potrei tranquillamente andare a combattere l'ISIS a Mosul da solo. Ovviamente è una provocazione, ma se penso a come ero prima e come sono ora, la cosa non è tanto assurda. 

Qui ho imparato ad essere muratore, elettricista, idraulico, carpentiere, pittore, ho sviluppato tecniche di immunogenetica mentre montavo zanzariere alle finestre, qui ho capito che fare il biologo comportava una serie di altri compiti che poi nella vita mi sono serviti, eccome. E in mezzo a muri cadenti, infissi tenuti con lo scotch, lottando per sopravvivere in sotterranei bui, sporchi e maleodoranti, io e tanti altri abbiamo creato una struttura d'eccellenza, rinomata, stimata in Italia e in Europa.

Creare l'impossibile qui si può. Vorrei dirlo ai due turisti francesi approdati al pronto soccorso che si guardano intorno con aria costernata e racconteranno di ritorno in patria delle ferite di Roma e di ciò che oggi è o meglio non è. Ma vorrei dirlo anche ai nostri politici che non sanno, non vivono, non conoscono e blaterano frasi senza senso che umiliano più delle crepe, più della disorganizzazione, più dell'orrendo pavimento sulle cui voragini devi sperare di non inciampare ad ogni passo che fai. 

Già, creare l'impossibile. In questo luogo dove la fragilità umana deve convivere con la fatiscenza e l'abbandono ci siamo riusciti. Lì, dove è il potere, dove si dovrebbe avere cura della cosa pubblica, purtroppo ancora no. È questa la vera sciagura di Roma e dell'Italia intera."

Dr. Luca Laurenti

Quando le belle idee milanesi cozzano con il pressappochismo romano. La Nuova Rinascente: tante sbavature e parecchie lamentele sulla scortesia del personale impiegato nella ristorazione di qualità!

lunedì 16 ottobre 2017
La nuova Rinascente nel centro di Roma.


Gentili lettori, chi ci segue e ci conosce sa benissimo che, tra le nostre attività principali, c'è quella di promuovere Roma e di esaltarne le cose positive. 

Questa nostra mission è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi mesi.


Tra #lecosepositive avevamo evidenziato l'inaugurazione della  Rinascente a Via del Tritone: undici lunghissimi anni per realizzare uno spazio meraviglioso nel cuore della Città storica. 

Un investimento importante per la Città: 200 milioni di euro, di cui 24 in oneri urbanistici per il Comune di Roma, con l'assunzione di 650 persone. Una manna dal cielo per l'economia capitolina. 

Ottocento i brand presenti e, oltre allo shopping, spazi dedicati alla ristorazione di qualità. 

Ed è proprio riguardo al settore slowfood che sono iniziate ad arrivarci parecchie lamentele e segnalazioini in merito alla "educazione" del personale selezionato. Abbiamo ricevuto la mail, che riportiamo qui sotto, il giorno successivo all'inaugurazione. 

La scrivente sottolinea questo fatto molte volte. 

Purtroppo, nei giorni successivi, su tutti i nostri canali social,  sono arrivate conferme a quanto riportato dalla nostra lettrice. La proprietà ha investito ben 25.000 ore in formazione del personale. Evidentemente non sono bastate per quello relativo alla ristorazione che dovrebbe essere di qualità, non solo nei cibi proposti, ma anche nel personale selezionato. Speriamo in un rapido colpo d'ala! 

la splendida Terrazza della Rinascente

Ecco la mail della nostra lettrice.

"Inaugurazione della Rinascente in Via del Tritone, capita di andarci a pranzo perché l'amica, che è un loro fornitore, è a Roma per lavoro. Andiamo nonostante si sappia che il primo giorno è un macello, che tutti gli ingranaggi devono ancora andare al loro posto e che ci sarà troppa gente. 

Alle 12.30 troviamo un tavolo al bar della terrazza, non sul terrazzo ma nella parte adiacente. Alle 12.50 ci portano i menù, alle 13.10 riusciamo ad ordinare. Dopo 40 minuti dall'ordinazione non ci hanno neanche portato l'acqua, al sollecito fatto direttamente al bancone ci dicono che non  c'è nemmeno la comanda. Ma che risposta è? Chiami di nuovo la cameriera che alza gli occhi al cielo, le chiedi di portare almeno l'acqua, ti porta l'acqua e subito dopo i due bicchieri di Falesco Roscetto. Peccato che invece sia del banalissimo prosecco.Va bene, è l'inaugurazione, saranno in panico. A chi non è capitato? Due ragazze in piedi dietro di me chiedono del responsabile di sala, sono indignate perchè è stato rifilato loro del prosecco  a € 16.00 al  bicchiere anzichè quello che avevano ordinato. Allora non è capitato solo a noi. Mi volto a guardarle ed una di loro indica i nostri bicchieri e ci dice "State bevendo del prosecco, è solo prosecco!"Sono le 14.15, quasi due ore da che ci siamo sedute, sollecitiamo i piatti ed intanto si decidono a portarci tovaglioli e posate. Alla fine arriva un solo piatto per due persone. Facciamo notare che avevamo ordinato entrambe la stessa cosa, la cameriera si altera e dice che no, che ne avevamo ordinato solo uno, noi calme rispondiamo che siamo certe di averne ordinati due. Lei ribatte che no era uno solo, e che volendo, tortilla e jamon Serrano sono venduti anche separatamente (peccato che nel menù esista SOLO come piatto unico) e che una ha ordinato una cosa ed una l'altra però "Nun ve preoccupate, ve ne faccio pagà solo uno".  Ma va?

Il prezzo di una piccola tortilla di patate con del Serrano, è sicuramente dettato da quest'ultimo, la qualità si paga, si sa. Peccato che invece che Serrano sia del semplice prosciutto crudo. 

Peccato per loro che l'amica lavora nel food and beverage da più di 30 anni e peccato che si punti sempre a fregare le persone; con me ci sarebbero riusciti.I prezzi sono scritti chiari sul menù, quindi l'ordinazione è fatta con coscienza, ma se si si tenta di fregare il cliente, allora no, non va più bene. 


Mi sta bene che i tempi di attesa siano dilatati il giorno dell'apertura, mi sta bene che ci si senta smarriti e non ci si sappia ancora muovere bene finanche che si vada in panico. Il primo giorno di lavoro in un posto nuovo lo abbiamo passato anche noi, così come il primo giorno di apertura al pubblico di un esercizio pubblico. Mi sta bene tutto, ma la strafottenza, la tracotanza, l'aria di annoiata sufficienza e l'arroganza, no, ancora meno se hai aperto da due ore perché, mi chiedo, come sarai fra 2 mesi sotto le feste di Natale?


"Vi sarà capitata la cameriera sbagliata" potrà ribattere qualcuno. Ce ne sarà capitata più di una con il modo di fare sbagliato, ribatto io, perché con chiunque si tentasse di interagire, il modo di fare era lo stesso. 


Non va infatti meglio con la cassiera: quando arriva il nostro turno dobbiamo aspettare almeno cinque minuti prima che si decida a farci il conto perchè prima deve parlare con una collega, poi con l'altra fino al colpo di classe: la cameriera che le parla in un orecchio con la mano davanti la bocca. 


"Scusate ma abbiamo fretta, siamo qui da due ore e dovremmo rientrare in ufficio".


"Ehh, ma ce saranno dumila persone" è la risposta strafottente di chi ci presenta un conto molto poco adeguato alla qualità ed al servizio.

No, non ci siamo. Mi sta bene che il giorno dell'inaugurazione ed anche i due o tre successivi  che il personale si debba coordinare, che i prodotti non ci siano tutti e che la tensione debba ancora calare, questo lo capisco e mi sta bene. Ma sul fregare il cliente e sulla maleducazione no, su quello davvero non transigo.Mi auguro che  un progetto così bello non finisca con il naufragare nel pressapochismo romano."

Susanna

Le cose positive: a Roma la prima fermata con pedana anti sosta selvaggia. Miracolo!

lunedì 2 ottobre 2017
la prima pedana anti-parcheggio a Roma

Questa mattina, sulla nostra pagina facebook, abbiamo pubblicato, con non poca soddisfazione, l'installazione della prima pedana anti sosta selvaggia a tutela di una fermata Bus. 

Siamo a Via Gallia, all'altezza del civico 93.

Chi ci conosce sa che Riprendiamoci Roma chiede, da anni, l'utilizzo dell'arredo urbano "spinto"        ( possibilmente di gradevole fattura! ) per la risoluzione di moltissimi cancri della città. 

Esistono migliaia di soluzioni di riqualificazione urbana che migliorano la qualità della vita di un contesto urbanizzato.  E basterebbe copiare dagli altri. Il recente pasticciaccio della ciclabile di Santa Bibiana ci aveva parecchio scoraggiato: bisogna intervenire e correggere i marchiani errori commessi, assumendosi le proprie responsabilità, imponendo il primato della politica su "presunti sgambetti da parte del personale degli uffici tecnici". 

I paragoni fotografici che facciamo, tra Roma e le altre Capitali europee, non sono mai stati volti a svilire la Città, ma semplicemente a far vedere a chi ci amministra come le altre Metropoli hanno risolto quei problemi che a Roma sembrano irrisolvibili. Ma non lo sono!

In questi ultimi due giorni ci avete mandato tantissime foto di fermate Bus invase da auto e da cassonetti dell'immondizia AMA, posizionati, non si è mai capito il motivo, proprio all'interno del perimetro delle fermate Bus. Il risultato è scontato: utenti costretti ad aspettare l'autobus in strada con un asfissiante puzzo di spazzatura!

Bene, con questa soluzione, ovviamente applicabile solo in strade la cui larghezza ne consente l'installazione, vengono eliminati alla radice entrambi i problemi. 

La nostra fissazione con le pedane ha radici lontane, quindi ovviamente siamo soddisfatti di questa, speriamo non isolata, iniziativa. Sono presenti in tantissime città, da parecchi anni. Lo abbiamo mostrato spesso. Un chiodo fisso. La città può essere cambiata anche con azioni di questa natura.

A seguire un video che, più di tante parole, spiega l'efficacia dell'intervento.  Lo facciamo per quelli che hanno già messo in discussione, tra i commenti facebook, la bontà dell'iniziativa.

#romatiamo





ShareThis